Io, la Paranza e le altre. Canto la vita con ironia
DANIELE SILVESTRI - Ha cominciato suonando nei parcheggi dei ristoranti il cantautore che meglio mette d’accordo critica e pubblico. Grazie a uno spirito leggero e disincantato.
Gino e l’Alfetta è la sua hit estiva ma La paranza funziona ancora benissimo. È un tormentone di cui si sente vittima? Ho capito che sarebbe stato un tormentone quando i miei due figli, dopo aver sentito il provino, mi hanno chiesto: “Dai papà, facci sentire quella della stronza”. L’esplosione iniziale, in effetti, mi ha stordito, ho temuto di non trovare spazio per far ascoltare il resto del disco. Poi mi sono tranquillizzato perché La paranza vive di luce propria, non mi sembra nemmeno più un pezzo mio. Quando la suono dal vivo, è come se facessi una cover.
La Paranza è una filosofia di vita? È la rivendicazione di un bisogno di fuggire da se stessi, da una vita in cui non ci si riconosce, che a malapena si riesce a vivere.
Lei mette d’accordo critica e pubblico. Come si fa conciliare leggerezza e impegno in una canzone? Non so se ci sono sempre riuscito, certo è che un vestito leggero può essere un veicolo molto efficace per innescare delle riflessioni, inconsapevoli all’inizio, perché agevolate dal sorriso, da un punto di vista disincantato, ironico. Nella vita mi viene molto naturale usare l’ironia e l’autoironia come arma di difesa.
Fra Salirò e La Paranza ci sono cinque anni di assenza, come mai? Dopo la sovraesposizione esagerata di Salirò, avevo bisogno di sparire. Nel frattempo sono arrivati i miei due figli, Pablo e Santiago, nati a 13 mesi di distanza l’uno dall’altro. Quando mi sono rimesso a scrivere, mi sono accorto che scrivevo cose che non mi piacevano o che mi piacevano per lo spazio di una notte: cose già dette, note già sentite. Dall’ammissione della crisi alla soluzione sono passati almeno tre anni: ho ricominciato daccapo, ho lasciato perdere i contratti, ho smesso di pormi scadenze, ho ripreso a studiare gli strumenti. E ha funzionato.
Qualche passo indietro. Come è arrivato il primo contratto? Per merito del mio ancora adesso produttore EnzoMiceli. Avevo già girato diverse case discografiche romane senza sentirmi proprorre nulla di decente. Poi una domenica mattina mi arriva la telefonata di Enzo, che io ho preso per lo scherzo di un amico deficiente, chiudendogli il telefono in faccia. Per fortuna mi ha richiamato. Il giorno dopo ero a Milano.
Dai 12 ai 20 anni ha viaggiato l’Europa in interrail e per pagarsi le vacanze ha suonato per strada. È stata un’esperienza molto formativa, preceduta da un analogo tentativo a Roma: a 20 anni ho fatto il posteggiatore nei ristoranti con il bassista con cui scrivevo le canzoni e con cui ero andato a vivere. Facevamo tutte le scelte più scomode possibili perché quella del rocker doveva essere una vita di stenti. La domenicamattina andavamoa vendere cose a Porta Portese e la sera a suonare nei ristoranti del centro.
Ha qualche rito prima di salire sul palco? Io e il gruppo ci incitiamo con suoni gutturali. Se ci vedessero i neozelandesi del rugby, ci sputerebbero in un occhio.
Un ricordo della sua infanzia. L’inquilino del piano di sotto, Stefano - poteva avere 13 o 14 anni - studiava il piano al conservatorio e io - 5 o 6 anni - mi mettevo ad ascoltare questi concerti con l’orecchio sul pavimento. Il concetto del “piano di sotto” era piuttosto ambiguo per me perché “il piano” era proprio fisicamente “il piano che suonava”.Dopo qualche anno i miei genitori comprarono il piano da Stefano, che nel frattempo ne aveva preso uno più bello. Quel regalo è stato determinante nelle mie scelte successive.
Cosa le fa paura? Quando arrivano i figli, le paure cambiano, diventano più serie, ponderate. Le mie, ora, hanno a che fare con il futuro e con la consapevolezza di vivere in un sistema che non riesce a preoccuparsi realmente del futuro.
Cosa detesta? La stupidità.
Come si sente al momento? Qualcuno cantava “Confuso e felice”.
Un tratto distintivo del suo carattere. La tranquillità al limite dello snervante, per gli altri. Pur facendo mille cose, sono un bradipo nel parlare, nel muovermi, nell’arrabbiarmi. Difficilmente agisco d’impeto, così mi metto al riparo dallo stress.
Lei è un latitante nel senso della Paranza? Schizofrenico più che latitante: vivo periodi di latitanza alternati ad altri in cui devo affacciarmi ovunque.
Immaginiamo Silvestri fra trent’anni. Qualche capello in meno, un po’ di panza in più, per il resto non così diverso. Ma visto il tipo di urbanizzazione in atto, non credo che la città sarà più un posto in cui vivere. Riassumendo, immagino che fra trent’anni sarò altrove. |